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AI, banche e blockchain: e se a cambiare fosse il controllo del denaro?

8 ore fa
Tempo di lettura: 7 min

Prendi il telefono, apri l’app della banca e guardi il saldo.

Per te quella cifra non è soltanto un numero. Dentro ci sono il lavoro, le rinunce, i progetti. Magari la tranquillità di poter affrontare un imprevisto o il desiderio di costruire qualcosa per la tua famiglia.

Adesso immagina che, per qualche ora, quell’app non funzioni. Provi a entrare, ma non riesci. Non significa che i soldi siano spariti. Eppure, come ti sentiresti?


Parto da questa domanda perché, quando ragioniamo sul futuro del denaro, rischiamo di concentrarci soltanto sulla tecnologia. Sui programmi, sui computer, sulle nuove applicazioni.

Ma sotto tutto questo c’è qualcosa di molto più umano: la fiducia.

Ed è qui che mi sono fatto una domanda.

E se l’intelligenza artificiale, oltre a cambiare il nostro lavoro, cambiasse anche il modo in cui decidiamo a chi affidare il nostro denaro?


L’intelligenza artificiale sta dimostrando capacità importanti nella ricerca di errori informatici. In una valutazione dell’AI Security Institute britannico, un modello ha completato un attacco simulato a una rete aziendale in tre tentativi su dieci. Attenzione, però: aveva accesso a una rete vulnerabile, senza alcune delle difese presenti nelle organizzazioni reali. Lo stesso istituto precisa che questo risultato non dimostra la capacità di violare sistemi ben protetti.

Non siamo quindi davanti alla prova che qualsiasi banca possa essere aperta come una scatoletta.

Siamo davanti a una domanda diversa: che cosa succede se trovare un punto debole diventa più veloce che correggerlo?


È un po’ come avere una casa con tante porte. Non serve abbatterle tutte. Potrebbe bastare trovare quella chiusa male.

In un’analisi del maggio 2026, gli esperti del Fondo monetario internazionale hanno richiamato proprio questo rischio: l’AI può ridurre tempi e costi degli attacchi, mentre l’utilizzo degli stessi programmi e fornitori può esporre più istituzioni contemporaneamente. Le conseguenze potrebbero riguardare non soltanto i dati, ma anche i pagamenti e la fiducia nel sistema.

Proviamo allora a immaginare uno scenario.

Un attacco interrompe alcuni servizi. Le persone non riescono a operare. Arrivano spiegazioni, ma anche messaggi confusi. Qualcuno si tranquillizza, qualcun altro comincia a cercare alternative.

Non sto dicendo che questo debba accadere. Sto dicendo che, se accadesse, il problema non sarebbe più soltanto riparare un programma.

Sarebbe ricostruire la fiducia di chi lo utilizza.


Il 12 settembre 2026 Reuters ha riportato che Revolut aveva consegnato dati sensibili a soggetti non autorizzati dopo richieste fraudolente provenienti da un dominio email governativo legittimo. Secondo Revolut, i sistemi e i fondi dei clienti non erano stati compromessi. La ricostruzione non dimostra un ruolo dell’AI: non possiamo quindi presentare questo caso come la prova che l’intelligenza artificiale abbia violato i conti.

La domanda che mi lascia questa vicenda è però importante: quanto conta proteggere una porta, se poi non riconosciamo correttamente chi ci chiede di aprirla?

Perché, ragionandoci, la sicurezza non può dipendere soltanto dalla robustezza di uno strumento. Deve riguardare anche il modo in cui lo usiamo.

E cambiare tecnologia non basta, se lasciamo irrisolto lo stesso problema.

E se questo favorisse la blockchain?


Qui entra la parte del ragionamento che trovo più interessante.

Una blockchain può essere immaginata come un registro condiviso, nel quale le operazioni vengono verificate secondo regole comuni. In una rete realmente decentralizzata, il controllo non dipende da un solo soggetto. Il NIST, l’istituto americano che si occupa di standard tecnologici, descrive questi registri come resistenti alle alterazioni e progettati per renderle riconoscibili. Non come strumenti magicamente inviolabili.

Il potenziale vantaggio è questo: ridurre la necessità di affidarsi completamente a chi custodisce e aggiorna un registro.

Da qui nasce un’ipotesi.

E se, davanti a nuove minacce, una parte delle persone cominciasse a chiedere meno fiducia “sulla parola” e più possibilità di verificare?


Potrebbe crescere l’interesse per sistemi più trasparenti. Per strumenti che permettano maggiore autonomia. Per infrastrutture nelle quali un singolo soggetto non possa decidere tutto.

È una possibilità che merita attenzione.

Ma proprio qui dobbiamo evitare di innamorarci troppo della nostra idea.

Perché una blockchain può registrare correttamente un’operazione anche quando qualcuno ha rubato le chiavi necessarie ad autorizzarla. La documentazione di Ethereum lo spiega chiaramente: chi ottiene le chiavi private può accedere ai beni, e un trasferimento eseguito non si annulla semplicemente premendo un tasto.

Detto in modo semplice: il registro può funzionare bene mentre tu subisci un furto.

Inoltre, sopra le blockchain possono funzionare programmi che gestiscono scambi, prestiti e altre operazioni. Anche questi programmi possono contenere errori. Una ricerca pubblicata da Anthropic nel dicembre 2025 ha mostrato che agenti AI potevano sfruttare vulnerabilità di questi programmi in ambienti simulati. Non erano furti reali compiuti durante l’esperimento, ma il risultato mostra che anche questo mondo deve prepararsi.

Quindi no, non me la sento di dire: «Le banche diventeranno insicure e la blockchain sarà l’unica soluzione».

La domanda che terrei aperta è un’altra:

Quali rischi possiamo ridurre con la decentralizzazione, e quali responsabilità finirebbero invece nelle mani delle persone?

Perché più autonomia può essere un’opportunità. Ma non significa automaticamente meno responsabilità. E Trump, in tutto questo?

L’amministrazione Trump ha indicato esplicitamente l’accelerazione dell’innovazione e il rafforzamento della leadership americana fra gli obiettivi del proprio piano sull’intelligenza artificiale, pubblicato nel luglio 2025.

Questo, però, non dimostra che l’obiettivo sia mettere in difficoltà le banche. Nel giugno 2026, un ordine esecutivo ha previsto anche iniziative per facilitare l’accesso a strumenti di difesa informatica basati sull’AI, includendo le banche locali fra le infrastrutture da proteggere.

C’è poi un altro elemento da osservare.

Nel presentare il GENIUS Act, firmato il 18 luglio 2025, la Casa Bianca ha indicato tra gli obiettivi delle stablecoin regolamentate il rafforzamento del dollaro e della domanda di titoli del Tesoro americano. Parliamo, in questo caso, di strumenti digitali progettati per mantenere un valore legato al dollaro, sostenuti da riserve.

Fermiamoci un momento.


Una nuova infrastruttura potrebbe cambiare il modo in cui circola il denaro senza cambiare la valuta intorno alla quale tutto ruota.

Questa è una possibile conseguenza degli obiettivi dichiarati, non una spiegazione segreta delle intenzioni di qualcuno. Le nuove forme di denaro digitale potrebbero trasformare alcuni intermediari e, contemporaneamente, mantenere un ruolo centrale per il dollaro.

Per questo non darei per scontato che “più blockchain” significhi “meno potere degli Stati” o “nessun intermediario”. Nel quadro sulle stablecoin descritto dalla Casa Bianca sono previste anche capacità di congelamento o sequestro quando legalmente richieste. La presenza di una blockchain, da sola, non elimina quei controlli.

La domanda diventa allora più precisa: non soltanto su quale tecnologia viaggerà il denaro, ma anche chi stabilirà le regole e chi potrà intervenire.


E se le banche non scomparissero, ma cambiassero ruolo?

Immaginiamo che nuovi strumenti permettano ai clienti di trasferire e gestire denaro con meno passaggi. In quello scenario, alcune attività bancarie potrebbero perdere spazio. Altre potrebbero trasformarsi.

Ma da qui a sostenere che tutte le banche vogliano frenare l’AI per proteggere il proprio potere c’è una distanza che non possiamo riempire con un sospetto.

Esistono anche segnali di adattamento. JPMorganChase, per esempio, figura tra i partecipanti a Project Glasswing, l’iniziativa di Anthropic che utilizza capacità avanzate di AI per trovare e correggere vulnerabilità informatiche.

Questo ci obbliga a considerare uno scenario contrario al primo.


E se l’intelligenza artificiale rafforzasse proprio gli intermediari capaci di usarla meglio?

Se difendersi diventasse molto complesso, una persona potrebbe desiderare maggiore autonomia. Un’altra potrebbe scegliere di affidarsi a un’organizzazione che ritiene più preparata.

Le due reazioni potrebbero convivere.

Da una parte, strumenti più aperti e verificabili. Dall’altra, grandi operatori ai quali delegare protezione e gestione.

Il rischio di una maggiore concentrazione non è estraneo a questa discussione: gli esperti del FMI segnalano che dipendere da pochi fornitori di software, servizi cloud o modelli AI può amplificare le conseguenze di una singola vulnerabilità.

E allora la trasformazione potrebbe essere meno lineare di quanto immaginiamo.

Non semplicemente banche contro blockchain, ma banche, società tecnologiche e nuovi servizi che si adattano, collaborano e competono. Con le persone chiamate a capire che cosa stanno davvero scegliendo.

La domanda che riguarda noi

Io non partirei da questa riflessione per dire a qualcuno di spostare i propri soldi.

Partirei per invitarlo a capire meglio.

Perché avere un’ipotesi sul futuro non significa avere una certezza. E riconoscere il potenziale di una tecnologia non significa che qualsiasi investimento collegato a quella tecnologia abbia senso.

Vorrei che ci abituassimo a fare domande concrete.

Chi custodisce ciò che possiedo? Chi può autorizzare un’operazione? Che cosa succede se sbaglio? A chi posso rivolgermi se qualcosa non funziona?


Sono domande da fare sia davanti a una banca sia davanti a un’app che promette di superarla.

Per mettere alla prova gli scenari di questo articolo, osserverei dove si spostano davvero i clienti, quali sistemi riescono a contenere gli incidenti e chi controlla le nuove infrastrutture. Non soltanto le promesse.

Forse assisteremo a una maggiore decentralizzazione. Forse a una concentrazione ancora più forte. Forse a una combinazione delle due.

Non sappiamo ancora quale equilibrio si formerà.

Ma possiamo evitare di confondere una tecnologia nuova con una sicurezza garantita. E possiamo evitare di confondere la familiarità con la comprensione.

La libertà finanziaria non è soltanto poter muovere il proprio denaro. È capire a chi ci stiamo affidando mentre lo facciamo.

Ed è da qui che, secondo me, vale la pena cominciare.


Articolo a cura di Giovanni Viola – Investitore Pro, scuola di educazione finanziaria indipendente.


Intelligenza artificiale, banche e blockchain: tra nuovi rischi e nuove opportunità, il futuro del denaro richiede soprattutto più consapevolezza, sicurezza e capacità di scegliere.
Intelligenza artificiale, banche e blockchain: tra nuovi rischi e nuove opportunità, il futuro del denaro richiede più consapevolezza, sicurezza e capacità di scegliere.

Disclaimer – Investitore Pro Srl Questo articolo è stato scritto con finalità didattiche e informative. Non rappresenta in alcun modo una consulenza finanziaria, fiscale, legale o nutrizionale, né una sollecitazione all’investimento. Tutti i contenuti sono pensati per aiutarti a capire meglio i mercati, i trend e le dinamiche economiche, ma non devono essere interpretati come raccomandazioni operative.I dati e le opinioni riportate si basano su fonti che riteniamo affidabili, ma potrebbero cambiare nel tempo. Se decidi di investire in strumenti finanziari citati o correlati, lo fai sotto la tua piena responsabilità e ti consigliamo sempre di confrontarti con professionisti abilitati.In poche parole: noi ci occupiamo di formazione, non di consulenza. Il nostro obiettivo è offrirti strumenti per pensare, non istruzioni per agire.Grazie per aver letto e per far parte della community di Investitore Pro Srl. Continua a studiare, approfondire e scegliere con consapevolezza

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