Quando il prezzo non cambia, ma spendi comunque di più
- Giovanni Viola
- 24 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Ti è mai capitato di acquistare un prodotto che compri da anni e avere la sensazione che finisca molto prima del solito?
La confezione sembra la stessa. Il prezzo sullo scaffale non è cambiato. Anche il colore, il logo e le dimensioni esterne appaiono familiari. Eppure, dopo qualche giorno, il pacco di biscotti è già vuoto, il flacone di detersivo dura meno oppure lo yogurt sembra contenere qualche cucchiaio in meno.
La prima reazione è spesso quella di pensare di averne consumato di più. Forse abbiamo esagerato con le porzioni, fatto più lavatrici o semplicemente prestato meno attenzione.
In alcuni casi, però, non è soltanto una sensazione.
Esiste infatti un fenomeno chiamato shrinkflation, una parola nata dall’unione di due termini inglesi: “shrink”, che significa restringere, e “inflation”, cioè inflazione.
Il principio è abbastanza semplice. Invece di aumentare apertamente il prezzo di un prodotto, l’azienda riduce la quantità contenuta nella confezione. Il prezzo rimane uguale, o quasi, ma ciò che portiamo a casa diminuisce.
Un pacco che prima conteneva 500 grammi può passare a 450 grammi continuando a costare tre euro. Guardando soltanto il cartellino, potremmo pensare che nulla sia cambiato. In realtà, stiamo pagando di più per ogni grammo di prodotto.
Ed è proprio questo il punto interessante. Quando pensiamo all’inflazione, immaginiamo quasi sempre prezzi che aumentano. Ci accorgiamo facilmente che il caffè costa qualche centesimo in più, che il conto al supermercato è diventato più pesante o che determinati servizi richiedono una spesa maggiore. Siamo molto meno preparati, invece, a riconoscere un aumento di costo che si nasconde dentro una quantità più piccola.
Il nostro cervello, quando fa la spesa, utilizza spesso delle scorciatoie. Riconosce la confezione, ricorda più o meno il prezzo e conclude rapidamente che quel prodotto sia rimasto lo stesso. Raramente controlliamo ogni volta il peso netto, il volume o il prezzo al chilogrammo. Le aziende conoscono bene queste abitudini.
Quando aumentano i costi dell’energia, dei trasporti, delle materie prime o della produzione, devono scegliere come trasferire almeno una parte di quell’aumento sul cliente. Alzare il prezzo in modo evidente può rendere il prodotto meno competitivo o provocare una reazione immediata da parte del consumatore.
Ridurre leggermente la quantità, invece, può risultare meno visibile.
Questo non significa che ogni variazione di formato nasconda necessariamente un comportamento scorretto. Le confezioni possono cambiare per molte ragioni e le quantità sono normalmente indicate sull’etichetta. Il problema nasce soprattutto dalla nostra tendenza a osservare il prezzo senza domandarci che cosa stiamo realmente acquistando. È un fenomeno che può riguardare biscotti, patatine, bevande, yogurt, detergenti, prodotti per l’igiene e molti altri beni di uso quotidiano. A volte la differenza è evidente, altre volte si tratta soltanto di pochi grammi o millilitri.
Presi singolarmente, possono sembrare dettagli insignificanti.
Ma la finanza personale è fatta soprattutto di piccoli numeri ripetuti nel tempo. Cinquanta grammi in meno oggi, qualche lavaggio in meno domani e una confezione terminata prima del previsto significano acquisti più frequenti. Alla fine dell’anno, quella differenza può incidere sul bilancio familiare più di quanto immaginiamo.
C’è poi un altro aspetto curioso: anche le confezioni più grandi non sono sempre automaticamente più convenienti.
La scritta “formato famiglia” o “formato convenienza” cattura immediatamente la nostra attenzione, ma non garantisce che il prezzo per chilogrammo o per litro sia realmente più basso. A volte cambia il packaging, cambia la forma del contenitore o aumenta lo spazio vuoto, mentre il vantaggio economico è molto più contenuto di quanto sembri.
Per questo la difesa migliore non consiste nel diventare sospettosi verso ogni prodotto, ma nel cambiare leggermente il modo in cui osserviamo lo scaffale.
Il prezzo totale racconta solo una parte della storia. Il peso netto, il volume e soprattutto il prezzo al chilogrammo o al litro permettono di confrontare prodotti e formati in maniera molto più precisa.
All’inizio può sembrare scomodo. Richiede qualche secondo in più e ci obbliga a interrompere un gesto che spesso compiamo in automatico. Dopo un po’, però, diventa un’abitudine naturale.
La shrinkflation ci insegna qualcosa che va oltre la spesa al supermercato.
Ci ricorda che il costo di una scelta non è sempre visibile nel numero più grande scritto sull’etichetta. A volte si nasconde nella quantità, nella durata, nella qualità o nella frequenza con cui saremo costretti a ripetere quell’acquisto.
Essere consapevoli non significa controllare ossessivamente ogni centesimo. Significa sapere quali numeri osservare prima di decidere.
Perché risparmiare non vuol dire necessariamente scegliere il prodotto con il prezzo più basso. Vuol dire comprendere quanto valore stiamo realmente portando a casa in cambio del nostro denaro.
E spesso la differenza tra spendere e scegliere nasce proprio da una piccola attenzione in più.
Articolo a cura di Giovanni Viola – Investitore Pro, scuola di educazione finanziaria indipendente.
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