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L’intelligenza artificiale corre. Ma quanto rischio stiamo davvero comprando?

Quando si parla di intelligenza artificiale, oggi sembra quasi impossibile restare neutrali. Da una parte c’è chi la considera la più grande rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni, dall’altra chi comincia a domandarsi se l’entusiasmo dei mercati non stia correndo un po’ più velocemente della realtà.

Ed è proprio questa seconda domanda che merita attenzione.

Non perché l’intelligenza artificiale non abbia un enorme potenziale. Probabilmente cambierà aziende, professioni, abitudini e interi settori economici. Il punto è un altro: una tecnologia può essere straordinaria e, allo stesso tempo, alcune aziende che la rappresentano possono diventare troppo care.

Sono due cose completamente diverse, ma nei mercati spesso tendiamo a confonderle.

Negli ultimi anni l’esposizione degli investitori europei verso i grandi titoli tecnologici statunitensi è cresciuta molto. Secondo i dati richiamati dalla Banca Centrale Europea, le famiglie dell’area euro avrebbero circa 440 miliardi di euro investiti in titoli tecnologici americani.


A prima vista potrebbe sembrare una questione americana.

Se alcune grandi società tecnologiche dovessero subire una forte correzione, verrebbe spontaneo pensare a Wall Street, al Nasdaq e agli investitori statunitensi. In realtà i mercati finanziari di oggi sono talmente collegati che parlare di un problema esclusivamente americano ha sempre meno senso.

Un risparmiatore italiano potrebbe avere nel proprio portafoglio un ETF globale, un fondo azionario internazionale o semplicemente uno strumento apparentemente molto diversificato e avere comunque una parte importante del proprio patrimonio indirettamente esposta alle grandi aziende tecnologiche americane.

Ed è qui che il tema diventa interessante.

Perché spesso crediamo di essere diversificati semplicemente perché possediamo molti titoli, molti fondi o diversi strumenti finanziari. Ma avere tante righe all’interno di un portafoglio non significa necessariamente avere tanti rischi diversi.

Se molti di quegli strumenti finiscono per investire nelle stesse aziende, negli stessi settori o negli stessi mercati, la diversificazione può essere molto meno ampia di quanto sembri.


Pensiamo a quello che sta accadendo con l’intelligenza artificiale.

Negli ultimi anni alcune delle più grandi società tecnologiche americane hanno assunto un peso enorme negli indici finanziari mondiali. Di conseguenza, quando acquistiamo determinati strumenti che replicano quei mercati, possiamo ritrovarci esposti alle stesse aziende anche senza averle mai acquistate direttamente.

Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo.

Il problema nasce quando non ne siamo consapevoli.

È una dinamica che ricorda, almeno per certi aspetti, quello che accadde alla fine degli anni Novanta con Internet. Anche allora la tecnologia era reale. Internet ha effettivamente cambiato il mondo, forse persino più di quanto molti immaginassero in quel momento.

Eppure questo non impedì la formazione della cosiddetta bolla dot-com.

Molte aziende vennero valutate sulla base delle aspettative future più che dei risultati presenti. Bastava essere collegati in qualche modo al mondo di Internet per attirare capitali. L’entusiasmo continuava ad alimentare i prezzi e l’aumento dei prezzi, a sua volta, sembrava dimostrare che quell’entusiasmo fosse giustificato.

Fino a quando il meccanismo smise di funzionare.

Questo non significa che oggi stia necessariamente accadendo la stessa cosa. La storia finanziaria raramente si ripete nello stesso identico modo. Ma spesso presenta dinamiche sorprendentemente simili.

Una di queste è la tendenza degli investitori ad aumentare la propria fiducia quando vedono i prezzi salire.

Se un settore cresce per mesi o per anni, iniziamo lentamente a considerare quella crescita come normale. I rendimenti passati smettono di sembrarci eccezionali e iniziano a diventare ciò che ci aspettiamo anche dal futuro.

A quel punto il rischio non scompare.

Semplicemente smettiamo di vederlo.

La vera domanda, quindi, non è stabilire oggi se l’intelligenza artificiale sia oppure no una bolla. Nessuno può conoscere con certezza la risposta.

La domanda utile per un investitore è un’altra: cosa succederebbe al mio patrimonio se una parte del mercato che negli ultimi anni ha corso moltissimo dovesse attraversare una fase difficile?


Questa è una domanda completamente diversa.

Non richiede di prevedere il futuro, ma di conoscere il proprio portafoglio.

Se una persona scopre che un’eventuale forte correzione del settore tecnologico americano avrebbe conseguenze enormi sui propri investimenti, probabilmente non ha bisogno di indovinare quando arriverà una discesa. Ha bisogno di capire se l’esposizione che possiede è coerente con i propri obiettivi e con il rischio che è realmente disposta a sopportare.

È qui che entra in gioco la diversificazione.

Una parola che viene utilizzata moltissimo, ma che qualche volta viene interpretata in modo troppo superficiale. Diversificare non significa semplicemente comprare tante cose. Significa evitare che il risultato complessivo del patrimonio dipenda eccessivamente da una sola idea, da un solo settore, da una sola area geografica o da un unico scenario economico.

Perché quando tutto va bene, la concentrazione può sembrare un vantaggio.

Quando lo scenario cambia, però, scopriamo improvvisamente quanto rischio avevamo accumulato.

Ed è proprio nei momenti di maggiore entusiasmo che questa riflessione diventa più importante.


Quando i mercati scendono tutti parlano di rischio. Quando salgono per molto tempo, invece, il rischio sembra quasi diventare un argomento fuori moda. Si comincia a parlare soprattutto delle opportunità che potremmo perdere, molto meno delle conseguenze che potremmo affrontare.

Ma il compito di un investitore consapevole non è scegliere continuamente quale sarà il prossimo settore vincente.

È costruire un patrimonio capace di attraversare scenari diversi.

L’intelligenza artificiale potrebbe davvero trasformare l’economia mondiale. Potrebbe creare aziende enormi, migliorare la produttività e aprire mercati che oggi facciamo fatica persino a immaginare.

Ma anche se tutto questo accadesse, rimarrebbe una domanda fondamentale: quanto siamo disposti a pagare oggi per quella crescita futura?


È una domanda che vale per l’intelligenza artificiale come per qualsiasi altra grande storia raccontata dai mercati.

Perché una buona azienda non è automaticamente un buon investimento a qualsiasi prezzo, così come un settore destinato a crescere non garantisce necessariamente rendimenti straordinari a chi entra quando le aspettative sono già altissime.

Per questo forse il messaggio più utile non è avere paura dell’intelligenza artificiale, né cercare di capire se domani arriverà un crollo. È molto più semplice.

Ogni tanto vale la pena aprire il proprio portafoglio e domandarsi non soltanto quanto stiamo guadagnando, ma da dove stanno arrivando quei risultati e quanto dipendono dalle stesse aziende, dagli stessi settori e dalle stesse aspettative.

Perché conoscere davvero il proprio patrimonio significa anche sapere cosa potrebbe succedere quando lo scenario cambia.

E forse la domanda più importante non è se l’intelligenza artificiale sia una bolla, la domanda è se il nostro patrimonio sarebbe comunque in grado di accompagnarci verso i nostri obiettivi anche se, per qualche tempo, quella storia smettesse di funzionare come tutti si aspettano.

È questo che distingue la previsione dalla pianificazione: la prima cerca di indovinare cosa farà il mercato, la seconda costruisce un percorso che non dipende dalla necessità di indovinarlo.


Articolo a cura di Giovanni Viola – Investitore Pro, scuola di educazione finanziaria indipendente.


L’intelligenza artificiale corre, ma l’entusiasmo dei mercati può nascondere nuovi rischi per gli investitori.
L’intelligenza artificiale corre, ma l’entusiasmo dei mercati può nascondere nuovi rischi per gli investitori.

Disclaimer – Investitore Pro Srl

Questo articolo è stato scritto con finalità didattiche e informative. Non rappresenta in alcun modo una consulenza finanziaria, fiscale, legale o nutrizionale, né una sollecitazione all’investimento. Tutti i contenuti sono pensati per aiutarti a capire meglio i mercati, i trend e le dinamiche economiche, ma non devono essere interpretati come raccomandazioni operative.

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